giovedì 31 marzo 2011

IL TATUAGGIO

 
Oggi il tatuaggio è un elemento trasversale alle culture, alle credenze religiose, all’età, all’estrazione sociale: in ogni caso, un abbellimento che sovente rimanda a singoli e personali significati. In un’epoca non troppo lontana, la pratica del tatuaggio era una prerogativa di persone che vivevano ai margini della società, in particolare dei detenuti e delle prostitute ma anche un tratto distintivo dei marinai. Più indietro nel tempo, però, il tatuaggio era parte di un rito collettivo o assumeva diversi significati a seconda della cultura di appartenenza, rappresentando una sorta di “talismano” contro gli spiriti maligni o per testimoniare il proprio legame ad un gruppo tribale, religioso o sociale. Né la diffusione della sua pratica è riconducibile ad un unico popolo o area geografica, nascendo e sviluppandosi tra popolazioni e culture lontane e senza alcun contatto tra loro.
Solo il termine cui sono riconducibili le varie pratiche ha una radice unica:
tatuaggio deriva dall’americano “tatoo” che a sua volta deriva dal polinesiano “tatu” che significa marcare il corpo con dei segni.
Il significato del termine è dunque rimasto invariato, anche se il tatuaggio può essere praticato in forme e tecniche diverse, imprimendo nella zona sottocutanea del corpo disegni o simboli attraverso pigmenti o sostanze coloranti varie ma anche incidendo la pelle stessa e poi facendola cicatrizzare (“scarificazione”).
Il tatuaggio nella storia
Importanti testimonianze dell’usanza del tatuaggio derivano dalle civiltà indigene in varie parti del mondo che l’hanno praticata fin da epoche remotissime.
In Birmania, gli indigeni si incidevano la pelle delle cosce procurandosi delle ferite che venivano riempite con un liquido nero ottenuto da una particolare specie di pianta. Il significato, in questo caso, era quello di proteggersi dagli animali pericolosi della giungla, dal momento che la coscia era la parte lasciata scoperta dagli indumenti. In seguito, il tatuaggio avrebbe mutuato il suo significato – diventando uno strumento di identificazione per gli schiavi da parte dei loro padroni. Anche la tecnica sarebbe mutata, utilizzando una bacchetta d’ottone che veniva tagliata in cima fino a formare delle punte aguzze attraverso le quali veniva incisa la pelle, facendo passare il pigmento (sostanza organica presente nelle cellule dei tessuti vegetali o animali) dopo che il disegno era stato tracciato sulla pelle con un pennello di bambù. Entrambe le pratiche descritte erano piuttosto dolorose e provocavano nel soggetto che veniva tatuato, degli effetti collaterali che comprendevano febbre e gonfiori.
Pratiche simili sono state riscontrate nel Borneo e sembra che siano state importate, nel tredicesimo secolo, proprio da popolazioni che dalla Birmania si erano spostati in Malesia e quindi nel Borneo. Qui la pratica ha assunto significati diversi a seconda che il tatuaggio fosse adottato dalla popolazione maschile o femminile: per la prima era un simbolo di virilità e di eroismo, per la seconda un simbolo di appartenenza alla tribù oppure, secondo un’antica credenza, come viatico al regno di morti.
Per la civiltà maori, in Nuova Zelanda, il tatuaggio veniva praticato come abbellimento del corpo o come strumento di comunicazione sociale (il figlio primogenito di un capotribù veniva tatuato fin da adolescente per poter essere riconosciuto come futuro capo) ed è stato tramandato fino ad oggi, come motivo di orgoglio di appartenenza ad una antica stirpe.
In Giappone, il tatuaggio è stato praticato per secoli con motivazioni diverse, molto diffuso fino alla fine del XVII secolo. A partire dal XIX secolo, il tatuaggio è diventato una vera e propria arte, sostenuta da un gusto decorativo estremamente sofisticato che deriva dalla maestria degli artisti figurativi giapponesi. La sostanziale differenza tra il tatuaggio giapponese e quello occidentale è che quest’ultimo viene praticato generalmente in una parte limitata del corpo mentre quello giapponese lo riveste tutto, seguendo le linee anatomiche e apparendo come un “vestito” assai elaborato, sia sotto il profilo tecnico che espressivo, con risultati estetici che non hanno eguali presso altre popolazioni e culture.
Anche gli indiani, come gli abitanti del Borneo, hanno imparato a tatuare dai Birmani, sembra nel 2000 a.c.. In linea di massima, oggi sopravvive la pratica di tatuare piccoli simboli su alcune parti del corpo femminile, con una origine probabilmente legata a riti matrimoniali.
In Nord Africa i tatuaggi sono sempre stati praticati come amuleto contro i malefici e per prevenire le malattie e in Egitto come garanzia di fecondità.
Più controversa la storia del tatuaggio in Europa, dove è stato a lungo vietato dalla Chiesa benché praticato, in forme discrete, anche da religiosi. Le testimonianze dei viaggiatori in paesi esotici hanno provocato, a partire dal diciannovesimo secolo, molte emulazioni, soprattutto riferite dall’arte del tatuaggio giapponese che appassionò, tra gli altri, Re Giorgio V e lo Zar Nicola di Russia. Nei paesi europei dell’area mediterranea, una significativa eccezione all’ostilità religiosa nei confronti dei tatuaggi è rappresentata dai frati del Santuario di Loreto ove si è sviluppata una tradizione, a lungo sopravvissuta, di tatuare i pellegrini che ne facevano richiesta con simboli religiosi, forse in ricordo delle stimmate di S. Francesco che fondò il Santuario.
Nell’epoca moderna, la pratica del tatuaggio si è diffusa dagli Stati Uniti dove era stata importata da James Cook al suo ritorno da luoghi come Tahiti dove era molto praticata. Sempre negli Stati Uniti, nel diciannovesimo secolo, è nata la professione del “tatuatore” e l’apertura delle relative botteghe; fu un newyorchese, Samuel O’Reilly, ad inventare la macchinetta elettrica per tatuare intorno al 1880 poi brevettata in Inghilterra da un suo cugino e sempre a New York, circa quaranta anni prima, era stato aperto il primo “Tattoo Studio” che annoverava tra i suoi clienti soprattutto militari della guerra civile.
Tale era la curiosità attorno ad una pratica millenaria poco diffusa in Occidente, che il tatuaggio, nella sua forma più estrema ovvero applicata nella maggior parte del corpo, divenne a cavallo tra ‘800 e ‘900, un fenomeno da circo o da fiera ove venivano condotti gli indigeni dopo essere stati catturati da avventurieri di ritorno dai paesi esotici.
Come si pratica il tatuaggio
Che venga effettuata con le antiche tecniche manuali o con quelle elettriche moderne, la pratica del tatuaggio prevede sempre la penetrazione di un ago in uno strato superficiale della pelle e l’iniezione di pigmenti colorati per produrre segni, disegni o scritte. Il fastidio o il dolore che si avvertono nel corso dell’applicazione del tatuaggio, qualsiasi sia la tecnica adoperata, varia a seconda del punto del corpo nel quale viene praticato: si avverte meno sulle braccia o sulle gambe e si avverte di più nelle zone ricche di terminazioni nervose come i polsi, le caviglie e i piedi.
Le tecniche più diffuse, al giorno d’oggi sono due: la tecnica giapponese (o “irezumi”) e la tecnica americana.
La tecnica giapponese è una tecnica manuale che consiste nel far penetrare degli aghi nella pelle, applicati ad uno strumento con impugnatura in bamboo. Mentre la pelle viene mantenuta in tensione, gli aghi intrisi di colore vengono fatti penetrare obliquamente nella pelle, puntellandola con gesti decisi e veloci. Benché anche in Giappone si sia diffusa la tecnica americana, molte persone decidono di ricorrere al metodo locale – decisamente più fastidioso - poiché garantisce risultati particolarmente brillanti ed esteticamente unici ed esclusivi.
La tecnica americana consiste nella penetrazione della pelle con l’ausilio di una macchinetta a forma di pistola con tre o cinque aghi alla sua estremità che vengono messi in movimento tramite bobine elettromagnetiche. La sensazione di dolore o di fastidio è in questo caso molto ridotta e ciò fa sì che il metodo, a partire dalla fine dell’Ottocento quando fu inventato, risulti il più diffuso.

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